La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba


Arte, Mostre / mercoledì, novembre 30th, 2016

TANCREDI. UNA RETROSPETTIVA.

 

 

Oggi vi voglio parlare di un ritorno. Il ritorno di un grande artista nella città che per anni lo ha accolto e ispirato, con le sue luci, i suoi riflessi e la sua inconfondibile particolarità: Venezia. Parliamo di Tancredi Parmeggiani, uno dei protetti di Peggy Guggenheim al quale è dedicata la retrospettiva visitabile fino al 31 marzo 2017 a Palazzo Venier dei Leoni.

La mostra è molto diretta e intima: si apre con un video introduttivo sulla vita dell’artista, giusto per farsi un’idea se non si conosce bene il personaggio, per poi condurci, sala dopo sala, nel mondo di Tancredi di cui viene celebrato il mito. Un artista morto giovane, suicida, che quindi lascia un percorso incompiuto. Ma andiamo con ordine.

Nelle prime sale troviamo il giovane artista alla ricerca di uno stile personale, un indagine sul segno, su se stesso (molti sono gli autoritratti che ci accolgono) e sul ruolo di una pittura ancora acerba. Ben presto però, ci accorgiamo di come la sua pittura subisca una metamorfosi, attraversando anche il dripping di Pollock e sperimentando la sua personale interpretazione. Già in questo caso siamo di fronte ad una strutturazione diversa, più evidente rispetto a quella dell’artista americano, che andando avanti lungo il percorso della mostra si fa ancora più distante e indipendente.

In un certo senso sembra di gironzolare per lo studio dell’artista, che tra l’altro era proprio sotto al museo. Peggy Guggenheim infatti, si era ripromessa di non fare contratti con nessun altro artista dopo Jackson Pollock, ma con Tancredi fece un’eccezione, considerandolo l’artista italiano più importante dopo il Futurismo. Le opere dopo il 1951, anno in cui Peggy gli offrì uno studio a casa sua, dimostrano una maturità diversa, quella di un artista che si confronta quotidianamente con le tante opere che la collezionista possedeva, ma per approdare a qualcosa di meditato individualmente. Sarà proprio lui a dichiarareimg_20161123_162238 di aver trovato «un termine relativo, illusivo di spazio: il punto è il più piccolo spazio mentalmente considerato»; il punto come elemento costitutivo della sua pittura, che va a stratificarsi per costruire paesaggi, ingrandendosi o restringendosi diventa il centro delle composizioni di questo periodo.

Dal punto al quadrato il passo è breve e nel giro di qualche anno Tancredi approda ad una maggior geometricità del segno, in cui riconosciamo ancora una volta Venezia, grazie anche all’aiuto dei titoli più descrittivi: intuiamo San Marco, Palazzo Ducale, i riflessi nei canali e le facciate dei palazzi.

Una pittura di superficie, fatta di pieni e vuoti, luci e ombre che si sovrappongono in un gioco vibrante e fatto di continui rimandi all’atmosfera di una città che continua a stregare.

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Un cambio di direzione lo vediamo nel periodo in cui si trasferisce nel nord Europa (1958), dove improvvisamente appaiono i verdi dell’aurora boreale e le gradazioni tipiche della luce norvegese. Il colore tende a prendere il sopravvento sulla forma, arrivando ad una pittura nettamente diversa da quella veneziana.

La mostra conclude la riflessione su questo grande artista proponendo le opere più informali e con una forte accentuazione espressionistica del periodo finale della sua vita. Un insieme di immagini che lasciano trasparire un disagio che si fa strada (complici forse anche le opere dei pittori nordici, molto più dense di drammaticità se pensiamo a Munch o Ensor). Un finale aperto, nel senso che il curatore ci lascia riflettere su queste opere non considerando le ultimissime opere dell’artista, quelle che precedono il suicidio, ma lasciandoci ad interrogarci sul perché a questo punto venga introdotto l’oggetto all’interno dei dipinti (con questo collage quasi sarcastico), quasi non bastasse più il punto dei primi anni. Un malessere che si percepisce nonostante i colori così vivi, perchè manca quell’armonizzazione tipica del Tancredi degli esordi, mentre troviamo un non troppo velato sarcasmo; avrebbe forse potuto essere un nuovo punto di inizio, ma, come sappiamo, fu interrotto bruscamente nelle acque del Tevere nel settebre del 1964.

Una mostra che conduce in un percorso dentro Tancredi, nella sua vita e nelle sue esperienze, dando qualche strumento al visitatore, ma senza diventare invadente. Un percorso non approfondito come quello della grande retrospettiva di Feltre del 2011 (anche per questioni di spazio), ma che merita comunque una visita.

Se non conoscete l’artista potreste restare positivamente sorpresi!

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Venezia // fino al 13 marzo 2017
La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba. Tancredi. Una retrospettiva.
a cura di Luca Massimo Barbero