Coca-Cola – Andy Warhol


Arte, Arte in pillole / martedì, marzo 28th, 2017

Quanti di voi conoscono la Pop Art? E quanti di voi sanno che è nata in Gran Bretagna e non negli Stati Uniti? Quanti di voi la percepiscono come più “facile” da capire di tanti altri tipi di arte?

Eccoci, dunque, ad un nuovo appuntamento con l’arte contemporanea, che a volte ci sembra così assurda e difficile da capire! Talvolta però, di fronte all’arte Pop qualcuno si sente meno disorientato, quasi ritrovasse degli elementi riconoscibili a cui aggrapparsi per decifrare il messaggio che l’artista ha voluto trasmettere. Nelle opere d’arte di tanti artisti, primo tra tutti Andy Warhol (insieme a Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg e molti altri), troviamo protagonista l’oggetto: a partire dagli anni Sessanta nasce una sorta di mitologia dell’oggetto quotidiano, legata ad una società nuova che nel secondo dopoguerra ritrova la speranza di un benessere fino ad allora impensabile. La produzione industriale invade tutte le case, di ricchi e poveri, tutti ambiscono ad avere questi nuovi oggetti e grandi marchi come la Coca-Cola riescono nell’impresa di azzerare le differenze di classe. A tavola la bottiglietta che tutti conosciamo non può mancare, che si tratti di un operaio che non arriva a fine mese o del banchiere benestante con una bella macchina.

Partendo dall’Inghilterra, grazie all’Indipendence Group guidato da Richard Hamilton, questa tendenza ben presto sbarca negli USA, dove trova terreno fertile per una crescita esponenziale.

Andy Warhol, che inizia la sua carriera come grafico, è tra i primi ad appropriarsi del linguaggio dell’industria e della massa: sfruttando una tecnica di riproduzione seriale, produce una serie di opere che raffigurano esattamente i nuovi prodotti di una società di massa. La mano dell’artista scompare, non si vede più la pennellata, per lasciare il posto alla registrazione di un dato obiettivo: che si tratti di una scatola di pomodoro, o di un famoso attore egli lo offre al pubblico come un oggetto di consumo che chiunque può possedere. La tecnica che Warhol utilizza, la serigrafia, gli permette di trattare qualsiasi argomento con la stessa oggettività; tutto viene trattato con la stessa importanza, poiché tutto è bene di consumo e l’artista segue il mondo della merce anche dal punto di vista della sua serialità meccanica e industriale. Il soggetto è spesso ripetuto decine di volte, esattamente come ce lo propongono la pubblicità e i media: un’immagine che già è entrata a far parte delle abitudini della gente, qualcosa che ripropone un oggetto comune e banale, che normalmente si trova sugli scaffali dei supermercati.

Ma cosa succede quando è una diva del cinema ad essere riproposta in questo modo? Trattata al pari di una bottiglia di Coca-Cola, la celebre Marilyn Monroe diventa un oggetto di consumo, inflazionato, visto e rivisto. Ogni cosa sembra esasperata, i colori sono piatti e privi di qualsiasi veridicità, quasi posticci, rendendo il ritratto privo di qualsiasi accezione umana, che anzi si trasforma in uno stereotipo diventando merce essa stessa. Dunque l’artista ci svela i limiti e i segreti dell’industria culturale, dei media che filtrano il messaggio e lo rendono appetibile.

Un altro celebre esempio è la sedia elettrica, ancora una volta rappresentata da Warhol in modo oggettivo e ripetuta più e più volte: un tema forte come quello della pena di morte diventa altro oggetto di consumo, che più viene vista più ci diventa indifferente, perdendo di significato. In questo l’artista ci aveva decisamente visto bene, riuscendo a rendere la sua arte ancora tremendamente attuale: basti pensare a quante notizie di cronaca nera ci passano sotto gli occhi guardando la TV o lo schermo di un cellulare per rendersi conto di come siamo spesso indifferenti, non riusciamo più a sorprenderci di guerre e atrocità, tanto vi siamo abituati.

La Pop art è dunque un’arte che vuole essere priva di messaggio, priva di critica, ma che invece ci rende consapevoli dei meccanismi che si muovono attorno a noi e che condizionano inevitabilmente la nostra esperienza quotidiana. L’avreste mai pensato guardando queste semplici scatole di zuppa?