Gare de l’Est. Tra le mura del Bo.


Arte, Mostre / martedì, gennaio 17th, 2017

Palazzo Bo. Un gioiello nel cuore di Padova, sede dell’Università dal 1493, che tra l’altro ospita anche il Teatro Anatomico più antico del mondo.

In questo piccolo ma preziosissimo capolavoro prende forma Gare de l’Est, una mostra di cui sono protagonisti tre personalità (Alberto Burri, Nicola Samorì e Gustave Joseph Witkowski), che si trovano a dialogare con uno spazio intriso di storia, comunicando attraverso il passato, ma gettando uno sguardo al futuro. Bisogna ammettere che con l’etichetta “mostra” generalmente si intende una raccolta di opere, un percorso attraverso il quale il visitatore scopre lavori, immagini, reperti… in questo caso le opere sono soltanto tre.
Quattro se aggiungiamo il lavoro di Witkowski, anche se non si tratta propriamente di un’opera d’arte, ma di uno studio sulla visione e sui suoi meccanismi, una sorta di libro che evidenzia le diverse componenti dell’occhio.

Dunque un numero decisamente basso per parlare di una vera e propria mostra. A questo punto si spiega anche il motivo delle visite guidate “forzate”: se voleste addentrarvi nei meandri del Teatro Anatomico per vedere la mostra in questione, sappiate che sarete costretti a farlo seguendo delle rigide fasce orarie, quelle delle visite guidate per l’appunto, che in quaranta minuti vi condurranno attraverso alcune delle principali sale del Bo alla scoperta della sua storia. Non posso certo dire che scoprire l’Aula Magna, la cattedra di Galileo e le decine di stemmi che sono appese alle pareti sia stato sgradevole, anzi, tutto sommato ci si accorge di come, a volte, anche le cose che nella propria città si danno per scontate in realtà nascondano tesori inaspettati. Diciamo che il fatto che ci siano solo queste poche opere giustifica gli orari così inusuali (oltre al fatto che in questo modo un luogo come il Teatro Anatomico può essere sorvegliato senza difficoltà), ma potreste trovarvi a seguire la guida insieme ad un gruppo di liceali con gli ormoni in subbuglio, che non vedono l’ora di saltare qualche ora tra i banchi.

Dopo aver girato qualche sala di questo maestoso palazzo, si giunge alla Cucina del Bo, il luogo in cui venivano preparati i cadaveri prima dell’autopsia; qui è esposto un Cretto di Burri, tipico della produzione dell’ultimo periodo dell’artista, in cui la materia si lacera e crea una serie di ferite, di crepe che ricordano un terreno assetato e argilloso, ponendo l’attenzione sul mistero che avvolge il passare del tempo e su come questo trasformi anche le opere d’arte, sebbene portino con sé il mito dell’immortalità. I dipinti antichi, se osservati da vicino, riportano esattamente queste stesse crepe che Burri ci propone nei suoi Cretti, in queste opere di estremo rigore, fungendo dunque da monito
per il futuro.

Anche Samorì prende parte a questa ristretta esposizione, mettendo l’accento su quella che era l’originale funzione del Teatro Anatomico, con uno sguardo sul futuro: Lucy è esattamente laddove veniva fatta l’autopsia, al centro del Teatro e sotto gli occhi di tutti. Una statua in marmo bianco di Carrara, proprio come i grandi artisti della pittura rinascimentale, che riprende le sembianze di un organismo vivente, anche se non sembra trattarsi di un corpo umano. Il frammento di pietra lunare incastonato nel marmo sembra evidenziare la provenienza extraterrestre di questo strano organismo, di cui vediamo la testa vicino al piedistallo e le viscere, scolpite dall’abilissima mano dell’artista, estendersi verso l’alto. Tra l’altro l’opera si intitola Lucy, proprio come l’australopiteco che negli anni Settanta venne ritrovato in Etiopia: uno scheletro datato a più di tre milioni di anni fa, che divenne famoso in tutto il mondo. Samorì ci pone di fronte ad una Lucy moderna e, partendo dal passato più lontano della razza umana, giunge a volgere lo sguardo al cielo, a quello stesso cosmo che nel Seicento Galileo Galilei scrutava con il suo telescopio proprio in questo luogo, alla ricerca di altri mondi e altre forme di vita.

Insomma, una visita alla mostra merita, anche solo per scoprire cosa c’entra un bue (da cui il palazzo prende il nome) con la facoltà di giurisprudenza. Ma se speravate di combattere il freddo stando un paio d’ore ad osservare opere, meglio che vi armiate di cappello di lana e guanti e vi prepariate a riaffrontare l’inverno nel giro di un’oretta scarsa. E se proprio volete combattere i brividi, c’è sempre il Pedrocchi per coronare la visita con un caffè davvero particolare.

Palazzo del Bo // fino al 15 marzo 2017
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Progetto a cura di Chiara Ianeselli, in collaborazione con Giovanna Valenzano e Maurizio Rippa Bonati Patrocinio dell’Università degli Studi di Padova.