Marina Abramović. La performance per indagare lo spirito


Arte / lunedì, gennaio 22nd, 2018

Senza dubbio una delle più grandi artiste al mondo, una donna che ha rivoluzionato il modo di fare arte, autodefinitasi “the Grandmother of performance art”, Marina Abramović è uno dei colossi dell’ultimo secolo. Circa 750.000 persone si sono messe in fila, in alcuni casi notte e giorno, per poter prendere parte ad una delle performance più lunghe di sempre, durata tre mesi, in cui l’artista, rimanendo seduta per ore e ore, guardava negli occhi chi le si sedeva di fronte. Ma facciamo un passo indietro.

Questa donna straordinaria, che ha da poco compiuto 71 anni (Belgrado 1946), è nota per le sue performance estreme, che riescono ad esplorare i limiti del corpo e della mente.  Il suo fare arte è come un rito, un processo che non si limita alla tela, ma si trasforma nell’esperienza vissuta, che porta a galla e mette in luce i diversi aspetti del comportamento umano, le abitudini, le ripetizioni e le contraddizioni. Abramović mette a dura prova il suo corpo, ma anche il proprio spirito, in una costante ricerca artistica che si trasforma in una dura lotta per riuscire a superare quel limite che definisce il nostro essere.

Tutto il mio lavoro è basato sulla ricerca sul corpo, a partire dai rituali, nei quali viene sottoposto a prove durissime, a incisioni dolorose, ma l’obiettivo finale è quello di aumentare il controllo e il potere che si ha su di esso.

La performance è un mezzo espressivo, la nuova tela sulla quale l’artista dipinge la sua arte:

Una performance, per me, è un prodotto fisico e mentale che l’artista crea in un preciso momento e in uno spazio limitato, di fronte a un pubblico. E lì, in quello spazio, avviene un dialogo. Il pubblico e l’artista costruiscono la performance insieme.

La sua prima performance risale al 1974, Rhytm 10, in cui Marina Abramović esplora proprio il ritmo e la ripetizione dei gesti, riproponendo il gioco del coltello. Quel gioco che si fa anche da bambini, magari con una matita e non con una lama affilata, il cui scopo è aprire la mano e cercare di colpire gli spazi tra le dita senza toccarle. L’artista ripete l’operazione ma con venti coltelli e ogni volta che sbaglia si ferisce. Parallelamente i rumori e le grida di dolore vengono registrate e fatte riascoltare al pubblico.

Avevo sperimentato la libertà assoluta, avevo percepito il mio corpo senza limiti, senza confini. Avevo provato che quel dolore non aveva importanza, che niente aveva importanza. E questo mi ha avvelenata. È stato in quel preciso istante che ho capito di aver trovato il mio mezzo espressivo. Nessun dipinto, nessun oggetto da realizzare avrebbe potuto darmi quel genere di sensazione che sapevo di voler rivivere.

La performance successiva, più estrema ancora, è anche una delle più note: Rhytm 0, realizzata a Napoli sempre quello stesso anno, in cui il rapporto con il pubblico diventa molto più dinamico e profondo. L’artista mette a disposizione di tutti 70 oggetti molto diversi tra loro, alcuni dei quali anche molto pericolosi, dando la possibilità alla gente di usarli come preferisce. Inizialmente le persone sono intimidite e non hanno il coraggio di farle del male (tra i vari oggetti ci sono anche un martello, un coltello e una pistola carica), ma un po’ alla volta emerge qualcosa di diverso: c’è chi arriva a tagliarla, a toccarla intimamente o anche di puntarle la pistola alla testa. In tutto questo l’artista rimane immobile, in nome dell’arte, di una forte e profonda comunicazione che si è instaurata con il pubblico; le istruzioni stesse di fianco a lei dicevano “io sono un oggetto e tu puoi usare tutto quello che trovi qui su di me. Mi assumo io tutte le responsabilità, anche se tu dovessi decidere di uccidermi”. La performance naturalmente non lascia indifferente la giovane donna, che torna all’albergo scioccata e in lacrime.

Non può non emergere come davvero Marina Abramović sia disposta a sottoporsi a pene dolorose e pericolose, ma anche come la natura umana possa essere incredibilmente imprevedibile, come possa arrivare ad atti estremi ed eticamente discutibili. Il vero soggetto di quest’opera è proprio l’essere umano in generale e, nello specifico, il pubblico che ha preso parte alla performance, dimostrando come il territorio del comportamento e dell’animo umano sia ancora da esplorare.

Pochi anni dopo, nel 1976, la Abramović lascia la Jugoslavia, terra natale e si trasferisce ad Amsterdam, dove incontra un giovane artista tedesco soprannominato Ulay, con il quale inizierà una relazione di grande intensità sotto tutti gli aspetti da quello privato a quello lavorativo. Condivideranno la vita e il fare arte, proponendo performance insieme, in cui ancora una volta i rischi sono molto alti. Lei stessa, più avanti, racconterà come quell’elemento di paura e dolore delle sue prime performance con Ulay si trasforma in fiducia. Fiducia nel senso di vulnerabilità, di dare la possibilità all’altro di colpirti fino a morire. Una delle più note è Imponderabilia, realizzata nella Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna nel 1977, in cui i due artisti stavano una di fronte all’altro all’ingresso della galleria, completamente nudi, costringendo gli spettatori a strusciarsi contro di loro per entrare.

Dopo 12 anni di una relazione in completa simbiosi i due arrivano, però, a logorarsi, finendo per intraprendere strade diverse. Anche in questo caso non si lasciano come avrebbe fatto una qualsiasi coppia e l’avvenimento diventa anch’esso un’opera d’arte: The Lovers. Marina e Ulay decidono di percorrere a piedi un tratto della Muraglia Cinese, partendo da due punti diversi (Ulay parte dal deserto dei Goby, la Abramović dal Mar Giallo) e incontrandosi dopo tre mesi di cammino per un ultimo abbraccio l’addio.

Nonostante gli anni successivi alla separazione siano molto difficili, Marina continua a realizzare le sue performance in giro per tutto il mondo, arrivando a conquistare il Leone d’Oro in occasione della Biennale di Venezia del 1997. La performance premiata è Balkan Baroque, in cui l’artista rimane per ore seduta su di un mucchio di ossa bovine che cerca di ripulire dalla carne residua. L’opera diventa una denuncia della Guerra dei Balcani e dei massacri che in quegli anni venivano compiuti, in cui il ripetersi di questi gesti simboleggiano da un lato la pulizia etnica, ma dall’altro esprimono quella volontà di purificazione che Marina Abramović tante volte ripropone.

Nel corso degli anni le performance dell’artista hanno perso quella pericolosità, quell’utilizzo di oggetti fisici e di un rapporto quasi di massa con il suo pubblico: le cose cambiano e Marina approda ad un linguaggio più essenziale e più intimo.

E torniamo a quanto dicevamo all’inizio, a quelle 750.000 persone che hanno fatto la fila giorno e notte per partecipare a The Artist is Present, la performance che nel 2010 al MOMA ha visto Marina stare semplicemente seduta su una sedia. Per otto/dieci ore al giorno per tre mesi. Lo sforzo fisico non manca anche in questo caso. Il pubblico aveva la possibilità di sedersi di fronte a lei e di fissarla negli occhi tutto il tempo necessario. Lo scopo? Un rapporto più intimo, appunto, con uno spettatore per volta, come a volergli dedicare tutta l’attenzione necessaria senza alcuna distrazione. Di fronte a lei sono stati tanti quelli che sono scoppiati in lacrime, che hanno riso, dubitato, annuito..realizzando una tavolozza completa delle emozioni umane che in uno strumento così potente come lo sguardo possono venire a galla.

C’è così tanta sofferenza e solitudine, ci sono così tante cose incredibili negli occhi di una persona.

Alla performance ha partecipato anche Ulay, si è seduto di fronte a lei che ha alzato lo sguardo e non ha potuto fare a meno di lasciar scappare qualche lacrima.

Marina Abramović ora vive a New York, dove ha una sua scuola  e lavora con giovani artisti. È stata ed è una delle più grandi artiste al mondo, che ha sfruttato e utilizzato il corpo come supporto per l’opera d’arte, in un periodo storico in cui le donne hanno iniziato a riappropiarsene e ad essere consapevoli di poterlo usare e vivere in modi diversi. E quando lei stessa si definisce “the Grandmother of performance art” non possiamo certo darle torto.