Quelle magiche scritte sui muri


Writing / giovedì, gennaio 26th, 2017

Parlare di una cosa che si ama appare sempre molto semplice. Parlare però di una cosa che si ama, ma che tanti denigrano non lo è affatto. Anche se la storia tu ce l’hai già in testa, non è mai facile riuscire a far vedere con i propri occhi le cose agli altri. Soprattutto quando si parla di cose che non si vedono, o meglio, che devi voler vedere. Non prendetemi per pazza non sto parlando di fantasmi, ma quando ti innamori dei graffiti è così, li vedi ovunque, li vuoi vedere ovunque. E non parlo delle piccole scritte magari fatte con un pennarello su un muro, quelle scritte che lo vanno a rovinare quel muro. Parlo di quelle scritte un po’ nascoste, che ti trovi davanti improvvisamente, che mentre sei in macchina ti giri e le vedi e per poco non rischi di fare un incidente. C’è poco da dire, ma quando ti innamori dei graffiti, la tua città diventa un’altra cosa, e tu? Tu diventi un cacciatore di muri, uno che guarda, guarda, guarda e vede. O almeno per me è così.

Il fatto è che la cosa è istantanea in entrambi i casi: per chi la fa (cerchi un posto nascosto, ma neanche troppo, qualcuno lo deve vedere, però devi essere veloce perché altrimenti se ti beccano…) e per chi la vede (raramente chi ha gli occhi per vedere, e guarda, è a piedi, spesso è in macchina o in treno, e non si puoi fermare; la vede e nell’istante in cui si è reso conto che “c’è” è già sparita).

Imbrattamento, deturpazione, scempio, schifo. Siamo sicuri di voler fare di tutta l’erba un fascio?

Sono d’accordo: i beni pubblici, artistici e storici non vanno toccati. Ma se giriamo nelle periferie e troviamo le fabbriche abbandonate o le zone che costeggiano le stazioni ferroviarie, vedere un nome scritto su un muro, magari anche bene, che fastidio può dare?

Questa è una cultura che sostanzialmente non ha intenzioni di distruzione, ma piuttosto si cerca di far rivivere muri che altrimenti non verrebbero mai guardati. Dietro a questo infatti c’è molto di più e in pochi lo sanno. A Padova la storia del Writing è iniziata molto prima di oggi, precisamente nel 1984, e sembra assurdo che tante cose prima di raggiungere città molto più all’avanguardia oggi siano passate per di qua.

Ma prima di approfondire l’ambito padovano, cosa che farò più avanti, vorrei concentrarmi proprio su questa dualità che caratterizza il mondo dei graffiti, o meglio, del Writing. In molti arrivano mostrandomi foto scattate con il cellulare chiedendomi: «Ma come fanno a piacerti queste cose? Che senso hanno?», «Io non le capisco!» e mi trovo davanti muri bianchi di sottopassi costellati da qualsiasi tipo di scritta, camion o furgoni con il cassone taggato o edifici magari storici con qualche scritta politicamente schierata che non ha nulla a che vedere con il Writing.

Ora tralasciando il mio punto di vista, che mi fa dire che non sempre la quantità nel “posto sbagliato” rovina le cose, è assolutamente doveroso fare delle distinzioni, anche se complicato. È da sottolineare che erroneamente agli occhi dei profani qualsiasi segno, sigla, firma, scritta, raffigurazione (realizzata con bomboletta spray, pennarelli, marker) venga abbozzata su muri, edifici, mezzi pubblici, viene compresa all’interno del termine “graffito”. Innegabile è che al giorno d’oggi le forme più disparate di iscrizione muraria, e non solo, sono parte integrante del panorama della metropoli contemporanea. Vero anche che a tutt’oggi quest’instancabile disciplina fatica ancora ad entrare nel mondo del sistema dell’arte (forse meglio così) e nei rari casi in cui questo avviene, è il singolo writer (che però a questo punto sarebbe meglio iniziare a chiamare artista) ad essere riconosciuto ed istituzionalizzato in quanto individuo singolo e non certamente l’insieme tutto del fenomeno.

Ma torniamo a noi. Si diceva di cercare di porre una distinzione fra, appunto, ciò che è un atto di disinteressato vandalismo (scritta affissa su muri, monumenti o edifici che possiedono validità storico artistica) e ciò che sebbene non entri a far parte del sistema dell’arte tradizionalmente inteso, e in alcuni casi continua ad essere fatto in una sfera di totale illegalità, è invece ricco di connotazioni artistiche, estetiche, ma soprattutto emozionali.

La domanda sorge dunque spontanea: se esistono, quali sono i parametri da utilizzare per poter fare correttamente le dovute distinzioni? Rispondere a questa domanda non è affatto semplice; sicuramente si può innanzitutto dire cosa non è annoverabile tra le file del Writing. Per fare un esempio, (e ne faccio uno anche se ce ne sarebbero molti, ma uso quello più concreto per arrivare subito al dunque) chi ha frequentato Palazzo Liviano a Padova sa benissimo che periodicamente è protagonista della cronaca Padovana in quanto viene addobbato da indimenticabili slogan (della serie “Esci le rette”). Grosse lettere rosse che nemmeno “Buon Natale” a Dicembre sulle vetrine dei negozi è scritto così in grande. Ecco, questo e tutte quelle analoghe scritte ovunque vengano fatte, che l’edificio sia storico o meno, sono imbrattamento, deturpazione, schifo, (e qui si potrebbe aprire un capitolo a parte dedicato a tutto quest’argomento, ma appunto è un’altra questione).
Per quanto riguarda invece tutto ciò che agli occhi può avere connotazioni estetiche o emozionali è necessario porre un’ulteriore distinzione: da un lato c’è ciò che viene fatto nella totale legalità, pertanto il Writer ha il tempo tecnico necessario per produrre una vera e propria opera d’arte a cielo aperto, e in questo caso l’artefatto viene considerato/giudicato principalmente da un punto di vista artistico e tecnico. Dall’altro lato invece c’è ancora quel “graffito” quella “Tag” quel “pezzo”, che viene fatta illecitamente, di nascosto, e se si volesse parlare di parametri o regole sarebbe necessario mettere in gioco la storia e quindi la nascita e il contesto del fenomeno tutto.

Per concludere quindi questo mio tentativo (spero non vano) di elogio del Writing vorrei concentrarmi solo ed esclusivamente sulla parte emozionale della disciplina.

La mia è una passione che nasce molti anni fa, potrei quasi dire che il fascino che le “scritte sui muri” hanno su di me è una sensazione di cui ho sempre memoria. L’intento primario ovviamente è sempre stato quello di riuscire a decifrarne il significato; il capire cosa vogliono esprimere alimenta indubbiamente e in modo continuo la mia curiosità.

Non saprei spiegare di preciso il perché di questa mia viscerale attrazione, ma quando sono in stazione e aspetto il treno e negli altri binari ne arriva qualcuno e mi accorgo dei “pezzi” ricchi di colori che viaggiano con lui, io dentro mi agito come un bambino che trova la calza della Befana piena di dolci. Quando guido e mi accorgo di nuove “Tag” o vedo quelle che so già esserci, non riesco a fare a meno di guardarle: le devo vedere ancora e ancora e ancora. No, davvero non saprei spiegare il perché di questa “mania”, ma credo che fondamentalmente una cosa più di tutte ci sia ad incantarmi.

Potrei parlare dei posti assurdi e magari anche pericolosi in cui le scritte vengono fatte o dei colori che vengono usati o forse dell’impegno che il writer ci ha messo nel creare ogni singola lettera o della fatica dell’inventare una lettera molto complessa ma comunque leggibile. Potrei elencare molte altre cose, ma ciò che più di tutto mi ha sempre ammaliato è l’aura di mistero che aleggia attorno a questo mondo. Il fatto di trovare dipinto un muro che fino al giorno prima era grigio mi ha sempre sorpreso, quasi come se durante la notte fosse avvenuta una magia, e ovviamente il “mago” non si sa chi sia.